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LA STAFFETTA DEGLI UNIVERSI
 
Nella mia posizione di ricercatore *non scienziato* ma unicamente libero
spirito cogitante, ritengo che la cosiddetta "Interpretazione dei Molti
Mondi" (MWI), così spiegato nell' interessantissimo articolo
http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/articolo_view.asp?ARTICOLO_ID=8426&PG=2 ,
sia la chiave per una concezione finalmente liberatoria ed esaustiva della
realtà. Un' intuizione che, sinceramente, ho sempre avuto, pur avendola
abbozzata con la grossolanità di un *non scienziato*.
Questa esperienza interiore, che qualcuno potrebbe definire "deduttiva", non
la ritengo una conquista esclusiva del sottoscritto bensì un traguardo
raggiungibile da chiunque abbia sviluppato determinati livelli meditativi.

Certamente, il mio linguaggio ha poco da dividere con quello delle
cosiddetta "scienze esatte", ma abbiamo preso atto, una volta di più
leggendo il citato articolo, che di "scienze esatte" ne esistono ben poche
e, comunque, confinate solo all' universo di cui attualmente stiamo facendo
esperienza.
E' certo che la MWI, così come la espone il grande fisico Lev Vaidman,
rappresenta una rivoluzione mentale, cognitiva, psicologica e conoscenziale
tale quali non se ne sono mai viste nella storia umana. E davvero, il
termine "rivoluzione", sembra addirittura restrittivo. Ma a me fa l'effetto
di un respiro finalmente liberatosi dall' occlusione di un fastidiosissimo
raffreddore. E' come se il mio spirito respirasse fresca aria di un bosco
svedese che lo vivifica e rinnova. A fronte di tante nuove domande e
pressanti interrogativi che essa genera, la MWI cancella con un elegante
colpo di spugna tutti i "grumi", gli "impacci" in cui ci eravamo arenati e
può dar luogo ad azzardi teorici che giusto ad un *non scienziato* come me
possono essere tollerati, e perdonati; azzardi che, tuttavia, per la natura
stessa di questa grande verità che sembra delinearsi davanti a noi, cessano
di essere tali ed acquistano pieno diritto di cittadinanza nella dimensione
della cogitazione umana.
Certo, non tutto mi è chiaro e non mancano interrogativi anche pressanti,
che cercherò di soddisfare con il prosieguo delle mie ricerche e attraverso
il confronto con menti davvero aperte e scientifiche, al di là di tutti gli
ingombri ammuffiti di cui è oggi alla mercè il concetto stesso del fare
scienza.
Dalla mia posizione privilegiata di anarchico della ricerca, non vincolato
ad etiche od ontologie professionali di "casta", posso permettermi,
addirittura, di fare della filosofia o di divertirmi a scrivere trame
fantascientifiche le quali, tanto, hai visto mai?, potrebbero generare dei
veri e propri universi!...;-)
Ricordo che, al mio affacciarmi nel mondo dell' articolistica scritta ed
internettiana su temi di ricerca alternativa, i cosiddetti "misteri", il
primo articolo che pubblicai si intitolava "Perché credo in Babbo Natale".
Esso venne pubblicato anche sul periodico "Extraterrestre", dell' amica
Wendy d' Olive, e descriveva, certo grossolanamente, un paradosso che
collima abbastanza bene con la MWI che enuncia Vaidman. Sì, perché se allora
postulavo che, creando col pensiero un mondo in cui esiste il classico Babbo
Natale, mondo peraltro nutrito dalla credenza di milioni di bambini sul
pianeta, si compie un vero e proprio atto creativo, che può determinare la
costituzione effettiva di questo mondo..*da qualche parte*.. Allora, pensavo
che quel *da qualche parte* potesse essere una sorta di operazione magica
dovuta al potere della mente e, in sostanza, non andavo molto lontano.
Perché, se ho capito bene, se ci troviamo di fronte ad una funzione d'onda
decomposta, siamo anche in presenza di una nuova "ramificazione", cioè alla
generazione per filiazione "botanica", di un nuovo scenario, di un esito
alternativo a ciò che pare tanto sicuro in questo nostro universo. In altre
parole, se *qui*, da noi, Babbo Natale è una bella favola partorita dalla
mente di uno scrittore, questo parto stesso potrebbe aver generato la sua
esistenza, *da qualche parte*.

Mi piace anche l'affermazione di Vaidman: "Nella meccanica quantistica c'è
un tempo che va da meno infinito a più infinito, ed è rilevante per la
funzione d'onda associata a tutto l'universo". In parole povere, mi sembra
una conferma ed enunciato dell' inesistenza del tempo quale quello che
conosciamo noi nel nostro mondo o, meglio, della sua importanze ed esistenza
solo per *questa* particolare funzione d'onda che è il nostro universo. E,
se la funzione d'onda è decomposta in chissà quanti rami, dobbiamo
cominciare a prendere confidenza col concetto che il nostro "io" è qualcosa
di molto più vasto ed illimitato di quanto possiamo aver creduto finora;
anzi, possiamo ritenere di conoscere solo una parte della nostra esistenza
globale, quella associata alla sfaccettatura esistenziale del diamante
globale su cui ci troviamo ora. Mi rendo conto dell' immane rivoluzione che
questa verità può creare e della terribile paura che può suscitare in campo
religioso o, addirittura, morale: pensate ad una umanità che ha raggiunto la
consapevolezza che, qualsiasi decisione uno prendesse, qualsiasi fede o non
fede egli abbracciasse, non importa perché, tanto, esiste un universo per
ogni altra sua possibile scelta. Potrebbe essere l'inno al' anarchia totale,
alla più completa inedia delle menti e degli spiriti!... Ma io non credo sia
così. Lo stesso Vidman risponde molto bene, allorquando parla della
necessità di introdurre un concetto: quello della MISURA DI ESISTENZA. "In
qualsivoglia esperimento quantistico, pur nella convinzione che tutti i
risultati si verificheranno, si può definire l'incidenza di un risultato
rispetto a quello di un altro".

Ora, scusatemi l'entusiasmo, ma questa affermazione mi sembra di un'
importanza IMMENSA! Se le cose stanno così, ed io ne ho la ferma
convinzione, è possibile quasi ogni "magia", la creazione di eventi, esiti e
scenari da noi predisposti con le funzioni d'onda
frammentate..Probabilmente, non è tutto così facile, ma è un' idea
affascinante. Da essa, mi si genera un pressante ed angosciante
interrogativo che rivolgo ai lettori: COME DEFINIRE L'INCIDENZA DI UN
RISULTATO RISPETTO A QUELLA DI UN ALTRO?... Vaidman dice che ad una maggiore
o minore incidenza, corrisponderà un mondo con proporzionate *misure di
esistenza*, ma chi determina, e come, queste maggiori o minori incidenze?
Vado oltre: e il PENSIERO? Il pensiero umano, a cui filosofie e speculazioni
di tutto il mondo danno una giusta e grande importanza, può essere
considerato una funzione d'onda con capacità generatrice?....
L' espressione "entità fisica" perde gran parte del suo valore, in senso
quantistico e multi universale; l' "entità fisica" è una realtà locale
funzionale ad una sola funzione d'onda, per cui, parlare di parallelismo con
essa, sulla scia di questa rivoluzionaria scoperta dei molti universi, non
ha senso. Si può parlare, caso mai, di sua "gemmazione", ramificazione.
C'è ancora molto da dire, ma preferisco fermarmi sul soprascritto,
importantissimo interrogativo, un interrogativo che, per uno dotato di
grande fantasia come il sottoscritto, può anche voler dire fare di noi
stessi degli autentici *creatori di universi e destini*. Anche il nostro.
 
Quelli che Vaidman definisce "esperienze e paradossi difficilmente
spiegabili se non ragionando in termini di Interpretazione dei Molti Mondi"
(MWI), costituiscono, per saggia forza di cose, il campo di speculazione e
riflessione di noi, ricercatori della verità che non sono "addetti ai
 lavori" dell' essere scienziati o, almeno, dell' avere i requisiti
professionali che ci diano l'appartenenza a quella categoria. Ma, poiché
abbiamo fin troppe volte visto come sia possibile non avere le carte in
regola, in quanto scienziati, anche dal punto di vista dei requisiti ideali
ed ontologici di quello che ritengo il vero *fare scienza*, prendiamo un po'
di coraggio e continuiamo ad affrontare l'affascinante tema della MWI con l'unico
intento di sottolinearne semplicemente le possibili, straordinarie
implicazioni scientifiche, filosofiche e metafisiche.
Sicuramente, i detrattori ortodossi mi accuseranno di faciloneria nell'
esprimere entusiasmo in merito ai possibili scenari delineantisi da quello
che io ho chiamato l'ipotetico interfaccia fra mondi, tuttavia tale
entusiasmo non significa, necessariamente, ignorare le complicazioni e le
difficoltà che scienziati come Vaidman ci ricordano affrontando questo tema,
principalmente quella di passare dal micro al macroscopico. I 1020 atomi
necessari perché un corpo sia considerato macroscopico sembrerebbero il
primo di una serie di ostacoli sui quali è necessario riflettere. Abbiamo,
poi, tutto un insieme di circostanze che pare non si possano eludere per
creare l'interferenza quantistica necessaria al fenomeno che ci interessa:
punto collimante fra i due mondi in cui l'evento deve avere inizio,
necessità di ulteriore separazione attraverso un effetto entangled  che non
consente ritorno se non come rientro dei due mondi separati allo stesso
punto iniziale di partenza, costante consapevolezza della località di un
universo, ecc.. Eppure, lo stesso vaidman non esclude categoricamente che
tutti questi problemi possano, in futuro, essere risolti, e questo mi è
sufficiente per continuare la mia speculazione sui "meravigliosi scenari
possibili".

E poi, non è sempre questione di interazione diretta, in una contemporaneità
che, comunque, non avrebbe senso in una realtà senza tempo; potrebbe essere
semplicemente questione di *continuità*, ovvero di passare la staffetta, se
mi si passa l'espressione, da universo ad universo, almeno per un
determinato tipo di fenomeni correlati alla fisicità. Prendiamo, ad esempio,
il fenomeno dell' invecchiamento e della morte: la mia speculazione non mi
impedisce di supporre che, se alcuni universi sono come rami di un grande
albero che continua a svilupparsi, essi non possano essere considerati la
continuazione di chi li ha generati e che si sono "seccati". In altre
parole, nel ramo-figlio continuano a sussistere gli atomi ed i princìpi
vitali del ramo-padre anche se questo non è più in grado di supportarne la
vitalità. Se, per "universo", consideriamo perciò la vita individuale di un
uomo, non vedo cosa mi impedisce di ipotizzarne la sua sopravvivenza
energetica-quantistica-coscienziale (qui, i termini esatti sono davvero un
terno al lotto) nel mondo parallelo a lui più vicino, o direttamente
collegato. E non trovo nemmeno insuperabile la difficoltà di credere che i
princìpi evolutivi di base dell' esperienza manifesta attraverso gli
universi, come l'evoluzione e la sempre maggior consapevolezza, possano
trasmettersi di universo in universo, di vita in vita. Il passaggio della
staffetta, appunto.

E il cosiddetto "paranormale"? Tutti i fenomeni ascrivibili al campo delle
apparizioni e della metafisica più popolare, non potrebbero essere, con una
speculazione un po' più ardita, la manifestazione di "nuovi rami", magari
temporanei, episodici, sviluppatisi da qualche universo invisibile però
generato dalla nostra stessa fede? In fondo, credo che il pensiero sia una
formidabile "astronave per universi" e che la "materia" di cui è fatto non è
certo solo la prigionia elettromagnetica dei neuroni e delle sinapsi
rilevabili nei nostri laboratori; pertanto, forse ci troviamo di fronte ad
un generatore di universi che va studiato molto attentamente e considerato
con mentalità radicalmente diversa da quella materialista. Se la chiave d'accesso,
badate bene, ho parlato solo di *chiave d'accesso*, per la comprensione del
paranormale è questa, se abbiamo messo almeno un piede sulla strada giusta,
allora non trovo azzardato nemmeno inserire il fenomeno UFO, o parte di
esso, in quest' ordine di possibilità.

I filosofi ed i pensatori si sono chiesti più volte, nel corso della storia
umana, se la realtà sia un sogno o se la dimensione del sogno sia, invece,
quella più "vera". E se ci trovassimo di fronte ad un exaequo?...... Chi l'ha
detto che una realtà dev'essere più "vera" dell' altra e che i pensieri che
si generano in uno stato che noi definiamo, presuntuosamente, "veglia",
debbano essere più importanti di quelli generatisi nei nostri sogni? E se ci
fossero universi generati dai nostri sogni?....
Di certo, se a questo punto sciogliessi le briglie all' immaginazione,
questo cavallo selvaggio mi prenderebbe la mano e non riuscirei più a
fermarlo. Rallentiamo, allora, il passo e diciamo che ciò che importa, in
tutto questo nostro disquisire da non addetti ai lavori, è un po' il nostro
punto di partenza: restiamo pervasi da un senso di "grande piccolezza", se
prendiamo coscienza della reale esistenza, che anche gli scienziati hanno
finalmente ammesso, degli universi paralleli e soprattutto di un loro molto
probabile processo di incubazione-nascita-vita da un immenso albero, forse
un groviglio inimmaginabile di universi che, tuttavia, non è caotico e segue
una corrente comune frazionabile, forse, in concetti che appartengono più
alla metafisica che alla scienza ma che per noi sono estremamente
importanti: evoluzione, eternità, armonia e determinismo.
E' già un grosso passo in avanti, rispetto a quelle quattro mura senza capo
né coda in cui ci voleva relegare il materialismo cartesiano.

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